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    Incontro con Denis Rouvre al Salon de la Photo di Parigi
    Stefano Gizzi - 13/11/2012 - A colpi di luce | Fotografia | In evidenza -
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    Com’è che  si dice?: “io c’ero”. Al Salon de la Photo di Parigi, uno degli eventi di punta del mondo della fotografia in Europa, con presentazioni in anteprima degli ultimi prodotti in ambito tecnologico e ospiti di rilievo: i fautori della fotografia contemporanea internazionale.

    Potete immaginare l’avanguardia di questa esperienza: ogni marchio fotografico esistente partecipa alla fiera presentando i suoi nuovi prodotti, così mi sono imbattuto in macchine dai prezzi esorbitanti, obiettivi da sogno, libri incantevoli.

    … e poi alle 17.30 una voce maschile annuncia al megafono: “Signore e signori, tra qualche minuto nella “Sala dei Grandi Incontri” ospite speciale Denis Rouvre”.

    Si è lui, uno dei miei fotografi preferiti. Mi sono precipitato.

    Dopo pochissima attesa eccolo che entra in sala. Quarantacinque anni e un paio di Converse ai piedi.
    Ritrattista Francese di fama internazionale, si forma nella rinomata scuola Louis Loumière dove si diploma nel 1987. Oggi parlerà del suo ultimo lavoro “Low Tide”, un reportage di forte impatto visivo ambientato in Giappone.

    Fukushima, la più grande tragedia ecologica e umana che il Giappone abbia conosciuto dalla seconda guerra mondiale ha attirato l’attenzione di Denis Rouvre che ha visitato una ventina di villaggi nella regione di Thoku, dove lo tsunami ha devastato 600 chilometri di costa e dove gli abitanti hanno perso tutto. Lì Rouvre è andato a fotografare semplicemente ciò che vedeva, senza scopi precisi, per una memoria visiva piuttosto che per una ricerca del paesaggio, giusto per avere il sentimento di comprensione, per saperne un po’ di più.

    “Ho fatto due viaggi di quindici giorni ciascuno. La prima volta ero andato un po’ per capire, non avevo idee precise. Ma poi, una volta sul posto ho iniziato a lavorare molto velocemente, a scattare foto di paesaggi, ma non avevo ancora abbastanza materiale. Sono dovuto tornare una seconda volta per continuare in maniera più diretta e precisa. Di fronte a questi paesaggi desolati ho iniziato a pormi domande sulla popolazione, e sono partito alla ricerca degli abitanti di quei luoghi”.

    E’ stato difficilissimo instaurare un contatto con la gente del posto, dice Denis.

    “Prima di tutto ho dovuto prendere confidenza con il capo di ogni villaggio, poi in casa sua installavo il set (un telo nero e il flash), poi andavo a bussare ad ognuna delle casette del villaggio, come un venditore porta a porta. Per farlo mi sono avvalso di un interprete, ma lui non si presentava mai al posto mio: io iniziavo a parlare e nello stesso momento lui traduceva esattamente le mie parole, non volevo che la presentazione sembrasse distaccata. La diffidenza è piuttosto consueta nella cultura giapponese, soprattutto dopo questo disastro. Pochissime persone hanno accettato di farsi fotografare, e quelle che lo hanno fatto hanno pensato che forse era qualcosa che poteva interrompere la loro monotona quotidianità, una piccola parentesi che apportava loro un po’ di spensieratezza, sono state quelle che volevano andare avanti il più in fretta possibile”. 

    Quando Denis si prepara per il ritratto resta solo nella stanza con il suo soggetto, perché con la presenza di altre persone potrebbe non ottenere mai la foto che desidera. La relazione che lui cerca di instaurare per ottenere il giusto ritratto è molto diretta: si tratta di soli due minuti, ma intensi, trascorsi quasi in silenzio. “Del resto non poteva esserci molto dialogo, perché eravamo troppo diversi, troppo distanti, non c’era niente in comune tra noi, ma il silenzio permetteva alle persone di concentrarsi. Se non ottieni la foto in quei due o tre minuti allora non l’otterrai mai perché significa che in fondo il soggetto non vuole dartela davvero.”

    I volti che ha ritratto mostrano una dignità di fronte a ciò che è accaduto, e per evidenziarla ha scelto un”illuminazione piuttosto basica, essenziale, ottenuta con un solo punto luce, e piazzata giusto di fronte al soggetto come faceva Richard Avedon.
    Lo sfondo è nero, non ha voluto contestualizzare i ritratti. “In questo modo ho isolato i soggetti da qualunque realtà, perché quello che avevano ora, il luogo che li ospitava, non erano più ciò che avevano costruito nella vita, è per questo che ho voluto togliere qualsiasi riferimento”.

    Dietro ogni fotografia c’è un silenzio. Un altro tempo si insedia di cui non conosciamo bene la natura, e che sembra volgere l’istante all’eternità, donandoci l’illusione di poter sottrarre un’infinitesima parte di quel tempo ad un più grande e scorrevole flusso. Un tempo che ci dice semplicemente che c’è stato un prima e che noi siamo il dopo. Che il prima è scomparso definitivamente, che non vi avremo più accesso e che resterà l’immagine, e solo quella.

    Le sue foto bisbigliano un dramma. Poi nel silenzio di quei volti e di quei paesaggi, perdura il dolore.

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    Ah… guardate un po’! Denis Rouvre fà un piccolo regalo ai lettori di Organic Concrete:

    Stefano Gizzi

    A volte cerco di ricordare a quando possa risalire il primo fotogramma della mia esistenza, ma non sono mai riuscito a trovare un punto d’inizio. Perché da che ne ho memoria la fotografia ha sempre fatto parte di me.

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      Un grande artista! <3

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