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    Gypsy Brewers e Birre senza tetto
    Umberto Calabria - 15/1/2013 - Birre | Ecologic | In evidenza | Lifestyle | Urban -
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    Mi mandano fuori di testa quelli che mi dicono “grazie ma sai, a me la birra non piace”. Ma di che parli?! Della coronita col limone gelata sotto l’ombrellone? Della peroni e il terzo tempo del rugby allo Stadio Olimipico a braccetto con i supporters della Scozia? Robe da matti. E poi almeno prova, no?! Mica è droga tanto (…anche se un po’ di dipendenza la crea). E neanche merda.
    La birra intanto non esiste, come dice qualcuno che ci capisce. Esistono LE birre. Tanti stili, tante tradizioni, sapori, odori, storie…tanta roba insomma. E cavolo è quasi assurdo (…mmm che bello l’assurdo) ma in alcuni casi esiste birra e birraio senza un birrificio. Sto parlando dei così detti GYPSY BREWERS – Birrai itineranti.

    Un “birrificio zingaro” è un birrificio senza casa, residenza, impianto di produzione ed IMU. E’ un birrificio che nella pratica non esiste. Un brand di chi decide di girovagare producendo le sue ricette affittando altri birrifici, locali e competenze altrui, investendo in idee, collaborazioni e tempistiche anziché in impianti fissi, debiti fino al collo e ansie d’ammortamento. E pensate che almeno uno, che piaccia o meno, ci ha svoltato parecchio, diventando uno dei punti di riferimento della scena birraria mondiale degli ultimi anni. Sto parlando di Mikkel Borg Bjergsø, della danese MIKKELLER. Questo gelido personaggio ex insegnante part-time in una scuola di Copenhagen, dopo un paio d’anni passati a farsi la birra in cucina con il socio iniziale, Kristian Klarup Keller, un bel giorno (fine 2005) alzò la cornetta e convinse un birrificio ad affittargli l’impianto. Una prima birra, la Stateside IPA, prodotta in solo 2000 bottiglie fu sold out in poco tempo. Una seconda, una terza… poi la fondazione della società nel 2007. Ad oggi, pochi anni più tardi, Mikkel ha prodotto più di duecento birre presso svariati birrifici in diverse nazioni, esportando in oltre 40 paesi.

    I punti saldi di questa filosofia di produzione sono diversi: la mancanza di ingenti costi di investimento iniziale negli impianti di produzione (oltre allo sbattimento di mantenerli, aggiungerei) e la conseguente possibilità di farsi conoscere pian piano anche in veste di squattrinati. Il vantaggio, al contempo, di non scendere a compromessi mantendendo la più ampia libertà di scelta del prodotto da realizzare, senza alcun tipo di vincolo legato a dove si produce, in che modo, con che ingredienti. L’opportunità, soprattutto, di poter scegliere DOVE e CON CHI produrre una birra anziché un’altra, sfruttando le diverse conoscenze dei birrai intorno al mondo e le acque del posto – se voglio produrre una Belgian Ale non mi rivolgerò ad un birraio inglese, così come ad uno tedesco per una Double IPA – conformandosi allo stesso tempo al mercato locale e alle differenti tassazioni. Infine – e il gioco già varrebbe la candela – aspirare a produrre sempre qualcosa di nuovo, viaggiando ed imparando di continuo da miriadi di persone ed usanze differenti su e giù per il globo. Tra i contro ovviamente sono da considerare i maggiori costi di vendita delle birre, per rientrare delle spese di affitto e collaborazione, oltre che lo stare dietro a diverse produzioni in diverse parti del mondo assicurandone standard uniformi e monitornando al contempo differenti personalità (ma questo potrebbe essere anche un vantaggio).

    Brian Strumke di Stillwater, Barnaby Struve di Three Floyd's Brewery e Mikkel Bjergsø di Mikkeller

    Nel mondo dei senzatetto della birra non cè però solo MIKKELLER. Solo per citarne alcuni che adoperano con le stesse dinamiche e l’atteggiamento “open-minded” troviamo STILLWATER (Baltimore, USA), PRETTY THING (Somerville Massachusetts, USA) e EVIL TWIN(Brooklin, Usa – Denmark), anche se progetti simili spuntano sempre più di frequente.

    Anche in Italia più e meno giovani si sono lasciati affascinare dalla filosofia Gypsy. Tra i “veterani” non c’è che da sottolineare lo sforzo innovatore portato da Alex Liberati (4:20, Roma) con il progetto REVELATION CAT, attualmente convogliato nella fondazione di un impianto di produzione oltremanica dopo aver girovagato brassando qua e la. Tra decine di birre prodotte Alex ha avuto il piacere di collaborare proprio con Mikkel nella produzione della Cream Ale prodotta presso il birrificio De Proef in Belgio.

    Altro interessante e ancor più giovane progetto riguarda Mirko Caretta, titolare di Bir&Fud bottega a Roma, per il quale già il nome, BUSKERS Beer, è tutto un programma. Mirko produce circa una birra al mese, nel birrificio scelto tra la lista delle ampie amicizie possedute nel campo, dicutendo la ricetta con l’amico birraio di turno e poi realizzandola. Mirko ha già prodotto diverse birre tra Birra del Borgo, Olmaia e Birrificio del Ducato, per citare alcuni dei nomi più affermati della scena birraia italiana. Ulteriore punto forte del progetto sono le etichette, curate dall’artista spagnolo Felideus, oltre che dallo stesso Mirko.

    Attenti agli zingari. Tanto la realtà è un placebo.

     

    Umberto Calabria

    Umberto Calabria (kal.), venticinque anni, autistico della birra ed “homebrewer” della domenica. “Liutaio” del sabato pomeriggio. Laureato e lavoratore per errore il resto della settimana. Curioso come una scimmia, sempre.

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