Intervista al fotografo Luca Spano


Per spiegarvi chi è Luca Spano, voglio mostrarvi questo video, che ho trovato oggi, cercando una sua foto. Il video è stato girato in occasione della esibizione fotografica curata da Salvatore Ligios e tenutasi al Museo del Corallo di Alghero nella primavera del 2012.

Luca è nato nell’82, nella mia stessa città, Cagliari, e, come me, ha studiato comunicazione e ha vissuto a Londra. Ha imparato la fotografia come autodidatta, ma non considera il mezzo fotografico il suo mezzo artistico di elezione. Dalle nostre brevi conversazioni su Skype, ho avuto l’impressione che la mente sia il mezzo e il laboratorio dove la sua arte nasce. Ha occhi che definirei gentili, e nella sua opera si parla della connessione intima tra rappresentazione personale e territorio.

Ha al suo attivo una enormità di mostre collettive, alcune solo exhibition, ha vinto di recente il premio Graziadei parte della XII edizione di FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma, che il 5 Ottobre ha inaugurato al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma – e terminerà l’8 Dicembre. Sapete dove trovarlo se vi venisse voglia di vedere le sue opere dal vivo.
Ho tra le altre cose, un regalo per voi, che troverete in coda a questa intervista, ovvero una anteprima della sua nuova serie: 12 foto dalla sua nuova serie in Esposizione al Macro, non ancora pubblicate sul suo sito.

Devo confessarmi: non è facile per me raccontarvi il lavoro di Luca. Ho sempre avuto l’impressione che per scrivere di arte si debba avere quel tanto di presunzione che ci consente, in qualche misura, di porci allo stesso livello, se non al di sopra dell’autore. Credo che questo abbia a che vedere con il ruolo di “interprete” dell’opera, che sempre si attribuisce a chi ne vuole scrivere. Così come i musei hanno “imposto” quale opera, e di quale autore, sarebbe sopravvissuta alla mola del tempo che tutto trita, così sono stati i critici più importanti a fissarne l’interpretazione.
Non avendo ancora risolto i miei travagli con le forme di autorità, rifiuto questo ruolo. Devo dirvelo, mi piace fare domande cretine e un pò superficialotte. Io scrivo le mie domande molto prima di essermi dedicata ad una lettura profonda dell’opera e dopo averle dato uno sguardo veloce.

Ho ricevuto delle risposte entusiaste, di una passione piena di intelligenza, e ho trovato in Luca l’approdo ideale per i viaggi mentali che ognuno di noi, presto o tardi, si fa davanti ad un’opera.

Si, è vero, credo anche io che ogni sguardo ricrei l’opera, ma spiegatemi allora come mai sia così piacevole farsela raccontare dal suo autore.

Here we go:

Ciao Luca, qualche tempo fa, mi sono accorta che molte delle mie relazioni sono finite perchè spesso e volentieri mi innamoro delle opere d’arte prima che delle persone dietro le stesse. Per questo motivo, e per rompere il ghiaccio, le mie interviste iniziano sempre nello stesso modo.

Tu sei stato investito da un’ondata di successo, negli ultimi due anni le tue foto sono state esposte in Festival e gallerie importanti, mi vuoi sposare?
Ti ringrazio della proposta ma devo declinare, sono impegnato.

In realtà volevo chiederti, come ci si sente? E quanto tempo della tua vita hai dedicato alla fotografia prima che il tuo lavoro venisse notato?
Personalmente in nessun modo, mi sento come quando faccio le cose di tutti i giorni: spesa, lavatrice etc…, estremamente normale. Perchè dovrei sentirmi diversamente?
Non so bene cosa significhi avere successo, non credo di averlo avuto e non lo desidero. Sono un adepto della filosofia di non prendersi mai troppo sul serio. Credo però nella mia ricerca e ti direi che l’apprezzamento è arrivato proprio nel momento in cui questa consapevolezza è iniziata a trasparire dal mio lavoro, come un processo frutto del desiderio di libertà di interpretare.
Come ti definiresti? A quale corrente ti senti di appartenere? Nella tua fotografia il paesaggio, quasi come sintomo di storie locali, è l’elemento dominante. Sei un “Nuovo Paesaggista”?
Non so come definirmi se non come un autore che prova a interpretare il suo fare esperienza. Per questo non mi sento di appartenere a nessuna corrente. Ho un background da cui attingo ma anche questo è in continuo divenire. Potrei citare l’antropologia culturale come la corrente paesaggistica in generale, ma non provo senso di appartenenza per nessuna di queste. Al contrario mi sento più vicino all’idea di ibrido. Sono sempre stato affascinato da come tutto sia trasversalmente interconnesso. E’ fondamentale capire come concetti e pratiche imbrigliati in categorie apparentemente distanti, finiscano per intersecarsi, mostrando come il fare ricerca di un qualunque tipo sia un campo incerto, senza una fine, pieno di buche e ponti che connettono terre apparentemente lontane.
Non mi sento un paesaggista nel vero senso del termine, ma sicuramente il paesaggio è il mio soggetto privilegiato. Uso il termine paesaggio in un senso molto ampio, immaginandolo come una serie di link culturali e soggettivi che si intersecano e sovrappongono all’interno della relazione tra osservatore e osservato.
A che progetto stai lavorando in questo momento?
Più di uno, questo perchè spesso inizio un progetto e poi per scelta lo lascio in standby per un determinato periodo, magari iniziandone un altro o proseguendone uno precedente. Questo mi aiuta a metabolizzarlo, lasciando che concettualmente maturi, ma non solo. I progetti che si accavallano hanno differenze concettuali, di forma e di outcome che spesso mi aiutano a capire e integrare aspetti di entrambi in maniera reciproca. In parole semplici il ragionare su un progetto mi porta parallelamente a ragionare sull’altro…e viceversa.

Come hai scelto, fino ad oggi, la tematica dei tuoi progetti? Sono incontri “occasionali” o dedichi molta parte del tuo tempo alla ricerca del tema?
No, non compio ricerche lunghe per scovare soggetti. La ricerca viene dopo l’identificazione del soggetto. A poco a poco sto sempre più usando l’immagine come un pretesto per riflettere. Ho iniziato a usare la fotografia dedicandomi a temi sociali, cosa che ho abbandonato dopo pochi anni. Attingo dalla mia esperienza culturale, dalla contemporaneità, dal mio bagaglio, dalla mia soggettività.
Qualche progetto nasce spontaneamente girandomi indietro e scorgendo dei percorsi, altri nascono semplicemente per puro desiderio.

Trovo nelle tue foto una certa disciplina formale, e per molti versi le trovo quasi didascaliche. Sebbene tu ti sia dedicato a temi rilevanti dal punto di vista sociale, l’approccio narrativo è il più possibile neutro e distaccato. Qual è il motivo dietro questa scelta?
Probabilmente abbiamo una differente interpretazione della parola didascalico. Non ho mai immaginato il mio lavoro come “didascalico”, anzi è un qualcosa da cui mi allontano sempre e volentieri.
Un immagine didascalica per me è una immagine che contiene al suo interno in maniera palese, delle indicazioni visive che vogliono imporne una lettura, svelando un significato superficiale talmente forte da oscurarne interpretazioni più profonde e soggettive.
Passo dopo passo cerco di portare il mio lavoro su altri piani di astrazione, che non si basino su coordinate chiare, lasciando riempire il vuoto tra mappa e territorio, tra soggetto e rappresentazione, dalla soggettività del fruitore. Di conseguenza non credo in un approccio narrativo nel senso classico del termine e nemmeno in un distacco. Sono assolutamente presente nelle immagini in un fortissimo rapporto tra osservatore e osservato, che gioca in un processo di ribaltamento a specchi.
Credo che in qualunque ricerca (sociale, artistica, etc…), la soggettività sia uno strumento fondamentale sia da parte dell’autore, sia del fruitore. La neutralità non esiste.

Io amo il medio formato. Ormai scatto poco e raramente, ma ancora oggi non sono in grado di scattare se non con un film da 120 mm in macchina. Ha senso per te il mondo fuori dal quadro, e con che macchina fotografica scatti?
Non ho nessun problema a parlare di macchine, quali uso e quali non uso…ma pensi sia importante? Io non credo nel feticismo del mezzo e passo da mezzi analogici a digitali senza pormi limiti. Potrei solamente spingermi a dirti che ho una passione per l’Hasselblad perchè la trovo esteticamente bellissima.
La mia paura è sempre che si riconduca il discorso sulla fotografia verso piani pratici del mezzo, cose poco importanti o comunque estremamente secondarie, e non si faccia un passo a ritroso dietro la retina. Non credo nella fotografia come linguaggio ma come modo di pensare.

Se dovessi dire se la tua foto nasce più in fase progettuale, di ripresa o più in fase di postproduzione, quali sarebbero le percentuali che assegneresti a queste fasi del tuo lavoro?
Premetto che non sono mai stato bravo in matematica. La gran parte del lavoro è trovare le situazioni che cerco. In un secondo passo la ripresa depura dal superfluo. La correzione colore è l’ultimo passo e il meno fondamentale.

Ti ricordi la tua prima foto? Puoi raccontare ai nostri lettori come è nata la tua passione per le immagini e come queste sono diventate il tuo lavoro?
Usavo qualche macchinetta per fare delle foto durante le vacanze da piccolo, ma non ho idea di quale sia la prima immagine che ho scattato, ma sicuramente era fuori fuoco.
Credo che le immagini non siano diventate il mio lavoro, anche se in un modo o nell’altro sono loro che mi danno il pane. In ogni caso per tracciare una linea, potrei dire che ho iniziato scattando per piacere, ho proseguito cercando di trasformarla in una professione editoriale, fino a fondare con altri colleghi un agenzia. Ma poi ho capito che non era la mia strada e sono andato alla ricerca di libertà…cosa che ha portato benefici in tutti i campi, paradossalmente anche in quello economico.

Qual è il riconoscimento che ti ha fatto capire di dover continuare su questa strada, e perchè. E se non è stato un riconoscimento, c’è stato un momento di illuminazione?
Esporsi al mondo interpretandolo e lasciando traccia della tua idea è una responsabilità, è un operazione che ha un diversi di rischi e ti fa sentire in bilico…sempre che si abbiano degli strumenti critici sviluppati. Credo che in questo campo spesso si debbano incassare 99 no per ricevere un si, e questo è duro soprattutto all’inizio dove i dubbi sono tanti e si vuole sapere da fonti esterne che i sementi piantati sono quelli giusti per dare frutti. A poco a poco però si impara a capire che quello che si fa va fatto in primis per se stessi. Per questo ti dico che i riconoscimenti sono importanti ma svaniscono veramente in fretta.
I momenti che mi hanno portato e mi portano a continuare, sono più che altro momenti di scambio con persone illuminate e appassionate, spesso al di fuori del mio stesso campo. Penso che il dialogo sia ciò che nutre lo stimolo, generatore di curiosità e energia.

Ci racconti la tua routine quotidiana?
Per fare un sunto banale posso dire che quando non mi dedico a fare il super eroe o non devo chiudere dei lavori pendenti, mi alzo abbastanza presto e faccio una colazione che può essere scambiata per un pranzo. Dopo la seconda tazzina di caffè sono davanti al computer. Controllo mail, agenda e scadenze. Spesso lavoro su testi di progetti da presentare, quindi leggo libri, scrivo e cerco materiale, altre volte rivedo progetti in standby. Preparo il pranzo, svolgo attività domestiche e mi rimetto a lavoro. A fine serata vado a correre. Rientrato preparo la cena. Se ho scadenze mi rimetto a lavoro, altrimenti guardo un film. Tutto questo sabato e domenica inclusi.
Sicuramente sono più avvincenti le giornate dove lavoro come super eroe.

Quale pensi che sia il ruolo della fotografia d’autore in un mondo in cui esiste instagram e compagnia bella, dove le immagini prodotte quotidianamente superano di gran lunga quelle che siamo in grado di consumare? E che cosa significa per te autorialità in fotografia?
A brucia pelo direi che il ruolo della fotografia d’autore è quello di fornire alle persone nuovi strumenti con cui interpretare la loro esperienza del mondo. Potrei dirti che anche la over-produzione di immagini restituisce un lato del contemporaneo. Sinceramente non ho niente contro e il fenomeno mi diverte, il paradosso è che la democraticità del produrre e condividere immagini, ha evidenziato i limiti del mezzo fotografico stesso, sfaccettando le letture del mondo e eliminando la fotografia coloniale, che si arrogava il diritto di ritrarre la verità.

Quali sono i fotografi che ami di più, e come ti hanno ispirato?
Vorrei aprire maggiormente la domanda e risponderti dicendo quali sono gli autori che mi hanno influenzato, ma è veramente difficile perchè gli imput sono tanti. Sicuramente l’etnografia di Renato Rosaldo, l’approccio all’immagine di Luigi Ghirri, la musica dei GYBE!

E tra i tuoi giovanissimi (sono tutti giovanissimi quelli nati dopo l’81) colleghi, quali sono quelli che apprezzi di più, e perchè?
Mi dispiace ma sono fuori dal giro.

Vorrei chiederti di lasciarci consigliandoci un libro, una canzone, oppure con una citazione, e vorrei sapere dove ti troveremo esposto prossimamente.
Strade blu di William Least Heat-Moon. Per le mostre c’è da aspettare.

A presto, Grazie.

 

 


Daniela Ionta

Prosivendola di mestiere. ama parlare, scrivere, fotografare, correre, andare ai concerti sfigati. Vive una vita perfettamente equilibrata e solipsistica nella capitale immorale d'Europa. Ha una figlia e un cane virtuale.


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