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Pensione completa: The Grand Budapest Hotel

Pensione completa: The Grand Budapest Hotel


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Il 10 di aprile, giusto in tempo per il lungo ponte, Wes Anderson torna al cinema e sugli schermi di Organiconcrete a poco più di un anno dall’uscita di Moonrise Kingdom, con la sua ultima scintillante e coloratissima creazione, The Grand Budapest Hotel. Un film su un albergo? Non esattamente. Luogo di continui via vai, di garbati cenni con il capo, di “si signore” e “no signore”, un albergo è il luogo perfetto in cui andare a scovare incredibili, piccole storie che ciascuno di noi conserva aspettando il momento giusto e la persona giusta a cui raccontarle.
La persona giusta in questo caso è l’Autore, scrittore sull’orlo di una crisi creativa che decide di rifugiarsi in un albergo nella fittizia repubblica di Zubrowka, infischiandosene dei precedenti cinematografici di scrittori e alberghi/camere maledette/eremi/case in riva al lago. In movimento su tre differenti piani temporali, veniamo a conoscenza di personaggi e avvenimenti la cui paternità è indiscutibile grazie a quella composizione inesorabilmente simmetrica e centrale che è diventata il marchio di fabbrica del regista. Saltiamo qua e là senza mai perdere le fila del racconto, trasportati da inquadrature iperboliche che salgono in verticale e poi corrono, in orizzontale, per mostrare ambienti che pullulano di un eternamente indaffarato personale di servizio, veniamo condotti un piccolo passo alla volta dentro la più grande storia alla quale potremmo aspirare di assistere.
Quella di un uomo invisibile eppure sempre in piena vista, un umile lobby boy e del suo mentore M. Gustave, personaggi che si perdono nello scolorirsi dello sfarzo di un tempo, nella breve tragicomica vita umana che si svolge e poi viene spazzata via lasciando poche tracce se non quelle che resistono nella memoria di chi ne racconta le avventure, destinata a sparire del tutto un giorno, a meno che Wes non decida di fissarla sulla pellicola.

Io adoro le belle storie, soprattutto se raccontate bene, e Wes Anderson, assumendomi il rischio di risultare ripetitiva, possiede il super potere di farmi regredire ai dieci anni, quando una bella storia raccontata bene risultava essere l’epilogo perfetto per una giornata perfetta. Scagliando una bomba a mano di colori vividi, personaggi surreali, super cattivi, paesaggi cartonati tra lo sbiadito e il concreto, di rocambolesche fughe, mondi sommersi fatti di società segrete, polizie militari caricaturali, di Adrien Brody in trench nero a rischio stupro, vecchie riccone assassinate e quadri rubati, Wes Anderson pone di nuovo l’inimitabile firma senza mai risultare banale o uguale a se stesso.
Ma c’è una cosa che forse in molti si sono dimenticati, una bella storia raccontata bene non si basa esclusivamente sulle parole usate o sul loro soggetto. Una bella storia raccontata bene si misura in base alle immagini che il nostro cervello comincia a produrre mentre l’ascoltiamo. C’è chi possiede una fervida immaginazione ma anche chi non ne ha affatto. C’è poi chi riesce a costruire interi mondi, paesi, città, guerre e conflitti personali, amori e leali amicizie, volti, voci. E che grazie a Dio (e alla macchina di presa) ce li mostra.

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Una cosa è certa, quando Anderson decide di raccontarci una storia si impegna come nessun’altro al mondo. Si presta, senza alcuna resistenza, al gioco dei perchè con il quale ogni bambino che si rispetti interrompe il lineare svolgimento di una storia. Con l’ausilio di un sito internet ufficiale della pellicola,  grandbudapesthotel.com, Anderson risponde ad ogni domanda che potrebbe assalire lo spettatore sulla gloriosa quanto inesistente Zubrowka, sulla sua efficiente ricezione alberghiera, sulla guerra che l’ha sconvolta e sui personaggi che l’hanno popolata, facendoci partecipi della minuziosa costruzione di questo mondo immaginario. Non importa se la storia che vogliamo raccontare si svolga sulla luna o in un’ (in)verosimile regione europea, quando ci si inventa una balla non bisogna mai lasciare nulla al caso.

Raccontare un film del genere è quasi impossibile. Ogni mia parola a riguardo risulta essere un’inutile aggiunta, una spiegazione a qualcosa che si spiega da sé. L’imperativo è andate a vedere il film e guardate con i vostri occhi quello che io, minuscola spettatrice sono impossibilitata a riportarvi. Se la promessa di una storia straordinaria non vi convince ad allacciarvi le scarpe e a catapultarvi nella vostra sala cinematografica preferita, forse lo farà il cast numerosissimo, facoltoso e talmente umile da fare capolino sotto le vesti di personaggi secondari ma anche arricchito da qualche inaspettata sorpresa come lo sconosciuto Tony Revolori, alla sua prima esperienza.
Consolidando le collaborazioni collezionate dal regista nel corso degli anni, il cast tende a ripetersi da una pellicola all’altra, formando un incredibile dream team, una vera e propria compagnia del teatro stabile “Anderson” dove le seppur forti personalità individuali si offrono volontarie nell’interpretazione di personaggi stereotipati quanto profondissimi. Tutti tranne uno. Sembra impossibile guardare un film di Anderson senza che le nostre sinapsi generino un’associazione di pensiero con Bill Murray, che anche qui, seppur per pochissimi minuti, passa a fare un saluto lasciando un’enorme impronta. Insomma, sei in fuga dalle autorità, senza un posto dove andare, senza alcun travestimento, senza il tuo profumo preferito, letteralmente con uno zoccolo e una ciabatta nonostante la neve alta… Who you gonna call?

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Beatrice Lombardi

Laureanda presso il CITEM di Bologna è nata 26 anni fa dal tubo catodico. Dopo anni di amore e odio con mamma Televisione e papà Cinema ha deciso di percorrere nuove strade ed è scappata con il Web.

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