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Supersantos: Maradona e il gol più bello della storia


“Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia.”
Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate

 

Può un Mondiale, un intero Mondiale, passare alla storia per due soli gol? Come è possibile che un torneo fatto di 52 partite e 132 reti venga ricordato per tre miseri minuti? La risposta si trova in tre parole, due nomi e un cognome: Diego Armando Maradona. Che il 22 giugno del 1986, nel quarto di finale tra Argentina e Inghilterra, in piena guerra tra di loro per le Isole Malvinas (o Falkland), segnerà due gol che sono in perfetta antitesi tra di loro, ma che descrivono “El Pibe de Oro” meglio di qualsiasi documentario o intervista. C’è tutto il Genio e la sregolatezza che lo hanno portato ad essere il più amato, discusso, idolatrato e criticato campione della storia del calcio. Tutto in tre minuti. 180 secondi circa in cui ammiriamo il Pazzo, l’Amante e il Poeta.

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Siamo allo Stadio Azteca di Città del Messico. Un luogo che deve essere evidentemente molto caro agli Dèi del calcio, se si pensa che proprio lì, sedici anni prima, il 17 giugno 1970, Italia e Germania hanno dato vita al cosiddetto “Partido del Siglo”, vinto ai supplementari dagli Azzurri con un 4-3 che attentò alle coronarie dell’intero Stivale. Ora, Argentina e Inghilterra si stanno giocando l’accesso alle semifinali. Si gioca a mezzogiorno, con un caldo atroce, davanti a 115.000 spettatori. Per farsi un’idea di quante siano 115.000 persone, provate ad immaginare TRE Juventus Stadium stracolmi in ogni ordine di posto.

La Nazionale sudamericana allenata da Carlos Bilardo è appena passata in vantaggio grazie ad un gol di mano di Maradona. Come di mano? Sì, sì, con il pugno per l’esattezza. Su un campanile alzato dall’inglese Hodges davanti alla sua area di rigore, Diego ha visto uscire il portiere Shilton. Capirai, quello è 1,85, lui ha esattamente venti centimetri di meno! I due saltano più o meno in contemporanea, ma il fuoriclasse del Napoli allunga il braccio sinistro e con il pugno tocca il pallone, spedendolo in rete. 1-0 per l’Albiceleste!
L’unico ad accorgersi del fallo di mano, a parte qualche difensore inglese che protesta con l’arbitro, è un telecronista uruguagio trapiantato in Argentina di nome Victor Hugo Morales.  “Mi dispiace dal profondo dell’anima dirlo, ma il gol per me è stato di mano!”, spiega dopo aver gridato a più riprese il canonico “gooooooooooooooolll!” tipico delle cronache sudamericane.

Quella rete passerà alla storia come “La Mano de Dios”, ma il bello deve ancora venire, quel 22 giugno di trent’anni fa. Passano solo due minuti, infatti, e Diego riceve palla a sessanta metri circa dalla porta avversaria.
Quello che segue non si può raccontare, solo le immagini possono rendere l’idea.
Con una giravolta si libera di due avversari. “Ahì la tiene Maradona, lo marcan dos…”, dice Morales, l’unico ad essersi accorto che il gol di due minuti prima era irregolare. Il numero 10 accelera sulla fascia destra, lasciando sul posto i suoi marcatori. Il pazzo, amante e poeta è partito e niente e nessuno potrà fermarlo.

“Arranca por la derecha el genio del fútbol mundial…”.
Gli si fa incontro Terry Butcher, che allunga una gamba per prendere qualcosa… qualsiasi cosa, palla o gamba che sia, ma Maradona lo salta di netto. Perché è talmente Pazzo da credere che potrà fare tutto da solo, è talmente Amante del pallone da non volerlo cedere a nessuno. A pochi metri dall’area potrebbe appoggiare comodamente il pallone a Burruchaga. Ma il Poeta non può lasciare a metà la sua opera, non può troncarla proprio sul più bello. Quindi tocca la palla con il sinistro e evita anche Fenwick. Entra in area con la sfera di cuoio incollata ai piedi.

“Genio! Genio! Genio!”, grida Morales. Che, essendo anch’egli Poeta, ha già capito tutto.
Shilton si lancia fuori dai pali per contrastare quella forza della natura in maglia celeste e pantaloncini neri, ma Maradona evita anche il portiere inglese.

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“Ta-ta-ta-ta-ta!”, balbetta in preda all’estasi il radiocronista uruguagio. Perché è talmente tanta, la Bellezza alla quale sta assistendo, che le parole non possono raccontarla. Le parole non possono star dietro all’emozione, all’orgasmo del momento in cui Butcher recupera Maradona e lo tocca, ma il Diez ha appoggiato il pallone a fil di palo.

Di nuovo quel grido, quello che dal Messico in giù deve essere allungato il più possibile: “Gooooooooooooooooooooool! Gooooooooooooooooolll!”.
Diego corre verso la bandierina, il numero 10 sulle sue spalle si muove al ritmo del cuore e del corpo del più grande calciatore di tutti i tempi.

“Quiero llorar, Dios Santo! Viva el fútbol! Golaaaazoo! Diegoooooll!”. Vuole piangere, Victor Hugo Morales. E lo sta già facendo, è evidente dal tono della sua voce, ormai fuori controllo. “Es para llorar, perdonenme…”, insiste. C’è da piangere, perdonatemi. Chiede scusa perché si rende conto di aver perso il controllo, ma al diavolo tutto! La professionalità, l’imparzialità, il freddo e obiettivo resoconto non si confà alle cronache latinoamericane. Morales è fuori di sé, come qualsiasi persona abbia appena assistito a questo capolavoro che è Pazzia, Amore e Poesia. Tutto insieme, perché queste tre cose sono fatte solo di fantasia. E non serve altro, oggi come ieri, per vedere la Bellezza, per goderne, per gioirne, per assaporarne il sapore e per riempirsene gli occhi e il cuore.

Una “corrida memorable”, la definisce Morales: una corsa memorabile. Sono passati pochi secondi, ma un uomo di calcio come lui sa già che quella è “la jugada de todos los tiempos”. Lo ha capito subito, se ne è reso conto addirittura prima che la sfera finisse in rete: è in quel “ta-ta-ta-ta-ta!” che precede il tiro, la presa di coscienza della magia suprema. È il più grande “relatero” (cronista) di sempre che commenta il gol più bello di sempre, segnato dal più grande giocatore di sempre. Perciò dev’essere all’altezza del compito, e da Poeta qual è, gli bastano due parole: “Barrilete cosmico!”. Aquilone cosmico. Ormai la conoscono tutti, questa definizione: Federico Buffa ci ha costruito uno dei suoi speciali più riusciti e più emozionanti.

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Ma la domanda è: come diavolo può venirti in mente, in quella circostanza, una descrizione del genere? Aquilone cosmico. Solo un Poeta pazzo e amante del gioco più bello del pianeta può pensare a qualcosa del genere. E poi, quando Morales ha raggiunto la vetta, si – e ci – pone una domanda, una di quelle che sono belle in quanto tali, perché non necessitano di una risposta.

“De que planeta viniste?”, da quale pianeta sei venuto? Da quale angolo sperduto del cosmo sei partito, per far sì che oggi noi, comuni mortali, venissimo inondati da cotanta divina grandezza? È proprio a Dio che si rivolge, alla fine del relato, il radiocronista: “Gracias Dios! Por el fútbol… por Maradona… por estas lagrimas… por este… Argentina 2… Inglaterra 0”. Ringrazia il Creatore, e qui poco importa se si è atei o credenti; ringrazia colui al di sopra del quale, in teoria, non esiste nulla. Lo ringrazia per il calcio, per Maradona, per le lacrime che solcano le sue guance e per tutto ciò a cui ha appena assistito.

Ecco perché quei tre minuti valgono un intero Mondiale, e forse persino tutti i Mondiali messi insieme. Perché un “aquilone cosmico” venuto da chissà quale pianeta si esibì nella cosa più splendida mai vista su un rettangolo verde. A raccontarlo c’era uno come lui: Pazzo, Amante, Poeta. Entrambi, Diego Armando Maradona e Victor Hugo Morales, sono composti solo della cosa più bella, più preziosa, capace di innalzare l’uomo al di sopra dei suoi limiti, l’unica cosa che rende possibile tutto: la fantasia.


Lorenzo Latini

Giornalista per vocazione, scrittore per necessità dell’anima, sognatore di universi paralleli, non ha mai ceduto alla realtà. Nostalgico all’ultimo stadio, posseduto dal “Sehnsucht” Romantico, pessimista cosmico e permaloso cronico; ritiene che i Rolling Stones, la Roma e la pastasciutta siano le cose fondamentali per cui valga la pena vivere.

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