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Intervista a Francesco Faraci, luci ed ombre sui “Malacarne”


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Ciao Francesco, visto che non so chi sei e conosco le tue fotografie, fotografa un oggetto che ti rappresenta e spiegami perché proprio quello.
L’orologio. Il tempo. Quello che passa e quello che deve ancor venire e che sorprende, sempre. Lo inseguo, addirittura ho la presunzione di fermarlo. Qualche volta mi perseguita, mi prende alla gola, ho la sensazione di perdere sempre qualcosa, un istante da qualche parte dove io non posso essere. Eppure, allo stesso tempo, mi affascina, in qualche modo mi avvolge. Qualcosa che ha a che fare con la terra da cui provengo, quel tempo lento, meditato, che ostacola la modernità e resiste.
Il tempo, insomma, si risolve e cade in un insieme di contraddizioni.

Vorrei conoscerti di più, sapere chi c’è dietro la macchina fotografica, com’è il tuo carattere, il primo pensiero al mattino e perché no, anche l’ultimo, ce li racconti?
“ Dietro la macchina fotografica c’è un ragazzone alto e allampanato. Poi penso che gli altri conoscono più me di quanto mi conosca io. Se ti dicessi che sono alto, bello e senza difetti ci crederesti? Ovviamente no. Dietro la macchina fotografica c’è la luce e pure il buio senza mezze misure. O luce accecante, quella che brucia la carne, o buio pesto da non vedere al di là del proprio naso. Resisto e mi abbatto, gioisco e l’attimo dopo mi deprimo. Un’altalena continua. Uno che vive di dubbi, di inquietudini e che non sa mai bene cosa farà e dove sarà domani. Mi sento costantemente in viaggio, sempre alla ricerca di qualcosa che non so neppure se esista e a cui non so dare un nome. Istinto. Incoscienza e prudenza insieme. Riflessione, diffidenza e totale apertura. Tutto e niente alla fine. Il primo pensiero del mattino è dare il buongiorno alla mia compagna, l’ultimo controllare che stia bene, che respiri, per poter dormire tranquillo.

L’esigenza di fotografare da dove nasce? Perché quel mezzo e non un altro? Senza dare poi troppa importanza al mezzo, cosa cerchi di esprimere e cosa vuoi che arrivi alle persone?
Non ho scelto la fotografia, è arrivata praticamente dal nulla. E’ successo che un giorno un amico, per gioco, mi ha messo in mano una macchina fotografica e da allora non mi sono più fermato.
Al primo click ho sentito un brivido lungo la schiena e me ne sono innamorato, non del mezzo, ma della possibilità derivata dalla comprensione di poter dire delle cose.
Quello che cerco di esprimere, alla fine, non è altro che il mio amore per la vita, nonostante tutto. Lascio che mi attraversi e mi sorprenda. Molti dicono che le mie fotografie sono malinconiche anche quando
ritraggono momenti felici, avvertono sempre quel velo, ma non è un calcolo. Noi fotografi crediamo di rappresentare la realtà così com’è, ma non è vero, è un impostura. Succede anzi il contrario, riversiamo tutto quello che siamo e tutto quello che proviamo nella rappresentazione di un mondo che forse è quello che vorremmo che fosse. E’ un processo inconscio, difficile da spiegare, ma spero di aver reso l’idea.

0_ImmagineCover_Ballarò_Aprile2016

Il tuo progetto “malacarne”, come nasce e perchè, e come mai questo titolo?
Partiamo dal titolo che è volutamente provocatorio. Malacarne è l’epiteto che buona parte dei cittadini della mia città addossa a chi vive nei quartieri periferici, marginali.
La Malacarne è quella carne inservibile, da mettere in un angolo. Una cosa tremenda se pensata per un essere un umano. Eppure è così. Ho incontrato uno di questi ragazzi, Nino, un “ragazzo di vita” per dirla con Pasolini.
Mi chiese un passaggio in moto recitando una frase che mi mise i brividi: “devo andare a Palermo”, frase che segnava la distanza abissale che si vive all’interno della stessa città, fra la zona cosiddetta “bene” e la periferia.
Arrivati a destinazione lo vidi andare via e sparire in un angolo e in qualche modo mi ci sono rivisto.
Da bambino ero anch’io “uno di loro” e ricordo che, anche se molti lo dicevano per prendermi in giro, mi dava fastidio essere chiamato Malacarne. Sono tornato quindi nei quartieri che mi avevano visto crescere e sono rimasto travolto da un fiume di bambini. E’ stato naturale fotografarli. Sono nati dei legami, forti, che durano tutt’oggi. Nella mia testa volevo sfatare un luogo comune tirando fuori da questi ragazzi l’energia e l’immensa voglia di riscatto che è loro e così facendo rendevo omaggio alla mia città. a quella parte un po’ in ombra e fuori dai percorsi turistici.
A livello personale questo lavoro ha sigillato il mio ritorno a casa, il mio modo per fare pace con lei.
Nel frattempo Malacarne è diventato un libro curato dalla meravigliosa Benedetta Donato ed edito da Crowbooks.

Cosa hai imparato dalla strada, mentre scatti? Raccontaci un episodio particolare che ti è capitato mentre scattavi per il tuo progetto.
Dalla strada ho imparato la pazienza. Il gusto dell’attesa. A fare un passo dopo l’altro con cognizione, togliendomi la voglia di volere tutto e subito. In realtà imparo oggi giorno dal confronto con gli altri, dalle relazioni, durature o fugaci che si creano coi soggetti che fotografo. E’ uno scambio continuo, un pretesto per immergermi nel mondo, non è solo fotografia.
Un episodio che ha dato e continua a dare senso al mio lavoro è successo mentre lavoravo a Malacarne. Un bambino si è avvicinato a me e tirandomi per la felpa mi ha detto, dal nulla: “Ho capito perché ci fotografi, così un giorno ci ricorderemo di come eravamo” lasciandomi di sasso. La percezione della memoria, di qualcosa che rimane.
La direzione che voglio dare al mio lavoro è proprio questo: fare qualcosa che rimanga.

Cosa, invece, non vorresti mai veicolare con le tue fotografie? Quali sono i messaggi o gli stereotipi, se ne hai qualcuno, che proprio non sopporti?
In generale non amo le strumentalizzazioni di nessun genere, così come non amo gli stereotipi, soprattutto quelli che riguardano la mia terra. Proprio non li tollero, li trovo superficiali.

C’è qualcosa che ti influenza più di tutto, nei tuoi scatti, nei tuoi pensieri, nei sogni che fai?
La musica e i libri. Più di tutto mi influenza il ritmo delle parole e delle note.

Un ricordo felice.
Mia madre che mi rimbocca le coperte.

3_Albergheria_Giugno2016

Come ti fa sentire guardare le foto che scattano gli altri, se le guardi, cosa ne pensi, se pensi che ci sia una tendenza, e in quale direzione si vada.
Osservare le foto degli altri mi fa sentire il più delle volte incapace. Le guardo spesso, sono curioso e amo vedere quello che fanno gli altri. Non ho difficoltà nel dire che il lavoro di un altro fotografo è buono, mi affascina, quando ci riesce. Quando non mi prende, a pelle, smetto di guardarlo. Non ho gli strumenti per giudicare, in fondo. Mi fa incazzare quando vedo in giro troppa omogeneità e pochissima voglia di osare, rompere le righe, essere anarchici.
Talvolta noto un appiattimento, soprattutto nei contenuti. La fotografia è apertura, non chiusura. Si rischia di rimanere intrappolati nel ruolo del personaggio che ci si crea, di essere troppo concettuali. Potrebbero dire la stessa cosa di me, certamente. Però alla fine penso che ognuno abbia il diritto di esprimersi nei modi che ritiene più opportuni, tutto qua.

Qual è la tua direzione, se dovessi pensare ad una meta, cosa ti viene in mente?
Il finale di un romanzo: oltre a fare delle foto scrivo racconti e romanzi (il primo uscirà l’autunno prossimo) e ciò che più mi interessa è vedere come va a finire. Non lo so mai da principio ed è sempre una bella sorpresa.
C’è una canzone dei CSI in cui Ferretti recita “Ciò che deve accadere accade”, col tempo l’ho fatto un po’ mio. Non calcolo nulla, non do il valore ad una persona, o ad una cosa, pensando a cosa e quanto possa servirmi.
Scrivendo e scattando delle fotografie ho l’impressione di lavorare ad un unico grande romanzo, come il Zola della commedia umana. Sono curioso anch’io, in verità, di sapere dove arriverò.

La tua giornata tipo.
Mi alzo alle sei del mattino, vado al bar e scrivo per un paio d’ore. Di regola non mi fermo se non ho scritto almeno due pagine. Me ne vado in giro almeno fino ad ora di pranzo, un paio d’ore di riposo e poi di nuovo in giro, senza meta. Normalmente la sera vado a letto presto. Sembro un monaco, vero?

Il tuo colore preferito, il tuo piatto preferito e se hai una frase che ripeti spesso.
Amo il blu e il pane appena sfornato con l’aglio. Mi piace la cucina semplice, che sa di terra. Non c’è una frase che ripeto spesso, o forse si ma è una parolaccia che dalle mie parti è quasi un intercalare: Minchia.

Quali sono i programmi per domani, invece?
Cos’è il domani?

Dopo tutte queste domande chiedo a te di farmi una domanda, così diciamo che siamo pari :) avanti, chiedi pure.

Definisciti con un solo aggettivo!
MIAO.

Una foto a cui tieni particolarmente e perchè?
Considero tutte le foto come figli, miracoli. Mi è davvero difficile fare una classifica.

Ultima richiesta: un film che hai adorato, una canzone che non riesci a togliere dalla testa, un fotografo che vorresti consigliarci, un viaggio che vorresti fare.
Dunque, ho amato e amo ancora alla follia Nuovo Cinema Paradiso. Sarò pure scemo ma piango ogni volta che mi capita di rivederlo. Invece, la canzone che non riesco a togliermi dalla mente è Imagine di John Lennon che mi perseguita dall’età di quindici anni.
Vorrei andare in Marocco, perdermi a Tangeri. Oppure a Istanbul.

Ringrazio Francesco Faraci per la sua disponibilità, qui il link al suo sito: http://www.francescofaraci.com/

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Giuliana Massaro

Giuliana Massaro, 26 anni, studentessa di lettere moderne da un po', lunatica da sempre. Penso troppo, parlo poco, faccio foto.

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