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‘Nevada Rose’: uno sguardo al mestiere più antico del mondo


Lo sapete anche voi, esistono alcune verità culturali assolute che rimangono nel costume di una società: per noi italiani una è ‘Roma caput mundi‘; un’altra, un po’ più universale dice che il mestiere più antico del mondo è quello della puttana.
Se Roma la ricordiamo come madre della cultura fondante del mondo moderno, dopo la Grecia, ricordiamo di essa anche i suoi protagonisti. Allora colgo l’occasione per iniziare da Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, che come imperatrice consorte aveva diritto ad ogni vizio, anche ad un orgasmo disimpegnato. Si faceva chiamare Lisisca, ovvero ‘la donna cagna’, ma solo quando lavorava in un Lupanare, cioè un bordello.

E’ passato molto tempo da allora, ma i vizi dell’essere umano non sono mutati affatto. L’ipocrisia della morale ha voluto che si chiudessero le ‘case chiuse’ in alcune società, come quella italiana; ma in altre parti del mondo, si sa, la tradizione è sopravvissuta – sfruttata e incentivata -. Marc McAndrews ce lo vuole testimoniare, con un progetto delicato, intimo e profondo dal titolo ‘La rosa del Nevada’ (unico stato degli U.S.A a consentire la commercializzazione del sesso).

 

 Si tratta precisamente di un progetto editoriale: una pubblicazione di 160 pagine frutto di 5 anni trascorsi sposandosi attraverso 29 dei cosiddetti ‘ranches’ del Nevada.
Il risultato è una serie di paesaggi desolati alternati ad attenti studi di interni; ritratti in posa o scorci rubati, l’occhio scrutatore del fotografo ha esplorato ogni singolo elemento e ogni singola persona in realzione all’ambiente delle case del piacere. Nulla è lasciato al caso, e grazie alla meticolosità documentaristica di Marc McAndrews siamo capaci di ricostruire ogni centimetro di quelle stanze, pregne di odori. Ogni viso racconta una storia, anche il più timido dice qualcosa di sé, e questo lo si deve all’abilità del fotografo di catturare l’essenza delicata delle donne che abitano quei luoghi e che conducono una vita di apparenza dietro un velo di cipria di troppo.
Il progetto si rivela incredibilmente completo e anche se il punto di vista di Marc può apparire a primo impatto troppo distante, si capisce proseguendo nell’ osservazione, che l’autore resta discreto, mai troppo presente, solo per lasciare che i soggetti possano rivelarsi attraverso loro stessi.
Siamo di fronte alla pura, egregia rappresentazione di una realtà che vive nell’ombra, ma a cui partecipano tutti gli elementi della quotidianità: la bellezza come la bruttezza; le relazioni, i compromessi e le contraddizioni, che scandiscono la vita di tutti.


Stefano Gizzi

A volte cerco di ricordare a quando possa risalire il primo fotogramma della mia esistenza, ma non sono mai riuscito a trovare un punto d’inizio. Perché da che ne ho memoria la fotografia ha sempre fatto parte di me.


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