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Il Piccolo Principe: al cinema la storia più letta di sempre


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Bentornati sulle pagine di Organiconcrete, che questo sia un anno pieno di nuove formative esperienze, entusiasmanti progetti, grandi evoluzioni personali, e soprattutto carico di tanto tanto cinema, e questo inizio d’anno conferma almeno l’ultima delle mie beneauguranti predizioni. Da Macbeth all’attesissimo Carol, il 2016 si è aperto con tutti i migliori propositi, e mese dopo mese non tradirà le nostre aspettative soddisfacendo i gusti di tutti.

Visto che sono una persona estremamente razionale, andrò però per ordine e in questo mio primo articolo del 2016 vi parlerò del primo film dell’anno, uscito il primo gennaio. E soprattutto di quello che mi ha lasciato.
Dopo quasi un anno di attesa dalla sua presentazione in occasione dello scorso Festival di Cannes, è finalmente arrivato nelle sale italiane Il Piccolo Principe, adattamento cinematografico dell’omonimo libro datato 1943, di produzione francese, diretto da Mark Osborne e realizzato in tecnica mista stop motion e CGI. Un film d’animazione atteso, tanto, dagli adulti di tutto il mondo.

Il Piccolo Principe è una favola davvero strana. La prima volta che ci imbattiamo in lei siamo bambini, guardiamo soprattutto i disegni e ci fermiamo alla superficie delle cose. Non per una qualche mancanza nostra, ma perché non troviamo quale sia la necessità di spiegare quello che per noi è istintivo.
La seconda volta che ci imbattiamo in questa storia, siamo adulti. Ad ogni parola corrisponde un significato, decifriamo i concetti, ci nutriamo degli insegnamenti. Ci ricordiamo. Ci ricordiamo tutto quanto.

La brutta abitudine per cui il libro di Antoine de Saint-Exupéry venga ritenuto una lettura per l’infanzia va avanti da decenni, e anche la sua versione cinematografica sembra subire la stessa sorte. Almeno quanto il suo corrispettivo cartaceo, il film d’animazione non è rivolto ad un pubblico di bambini. Non importa se sia un cartone animato, come non importa che il libro sia un libro illustrato con un tratto infantile.
Questo è il genere di cartone animato che si può andare a vedere da soli, senza vergogna, senza usare il corpo di un bambino come scudo umano per salvare il nostro buon nome di persone mature. Anche se dire “sono qui perché ho accompagnato mio nipote” è una scusa che da anni, ormai, non viene usata più.

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I film di animazione, soprattutto dopo la virulenta invasione Pixar nella programmazione delle nostre sale cinematografiche, si muovono in un territorio ambiguo, prodotti per bambini che strizzano l’occhio ai grandi, con battute e riferimenti che non toccano le vibrisse dei più piccoli ma fanno formicolare le nostre. Svegliano dal sonno quei genitori che accompagnano i figli al cinema, riportandoli ad uno stato di veglia efficiente all’interno di un’esperienza genuina, assolutamente naturale di legame parentale, certificata Walt Disney, più vera della verità stessa.
Un doppio registro talmente ben collaudato da livellare ogni differenza d’età, creando, nelle situazioni più estreme ( sì, fans dei Minions sto parlando sempre di voi), un unico pubblico uniforme di entusiasti urlanti a prescindere dall’anno di nascita.
Questa è la prima cosa che ho notato durante la proiezione de Il Piccolo Principe, e mi scuso se l’ho presa così larga, il film non mi ha strizzato l’occhio di tanto in tanto. Il film mi ha guardato fisso per tutto il tempo, perché è a me che voleva parlare, non al bambino in seconda fila, o almeno non ora. Magari tra una ventina d’anni.

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La storia, nonostante una necessaria attualizzazione, un misurato tagliuzzamento e l’aggiunta di nuovi personaggi se non anche di nuove linee narrative non presenti nell’opera originale, mette ancora in scena il rapporto tra un adulto e un bambino, con un’inedita inversione delle parti.
Ora, il rapporto adulto-infante alla base della storia non è unidirezionale ma si muove da un polo all’altro: un bambino che insegna ad un adulto, un adulto che insegna ad un bambino. Con in mezzo e intorno tutto quello che vi pare. Non è importante. L’insegnamento lo è, talmente tanto da rimanere forte e invariato da qualsiasi parte arrivi. Il libro e quelle parole del libro che vengono riprese fedelmente nel film, sono il ragionamento di un uomo, il suo importante messaggio racchiuso in una bottiglia arrivata poi in ogni porto e in ogni paese. Preso e ripreso, rimaneggiato, riconfezionato, rigirato e ribaltato. Restando sempre sé stesso.
Ma adesso, proprio adesso che è il momento giusto, entrate in acqua senza nemmeno levarvi le scarpe e i calzini. Prendete quella bottiglia tra le mani e leggete quel messaggio. E’ da anni che se ne sta lì, ad aspettare che diventaste grandi.

LEGENDA PER GLI ADULTI RECIDIVI:
Acqua = Cinema
Bottiglia = Film
Conclusione: andate al cinema a guardare questo film. 

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Beatrice Lombardi

Laureanda presso il CITEM di Bologna è nata 26 anni fa dal tubo catodico. Dopo anni di amore e odio con mamma Televisione e papà Cinema ha deciso di percorrere nuove strade ed è scappata con il Web.

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